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Palermo, visioni oniriche di una città

Bottalla

Quadri di Nicolò Bottalla

 

 

MEMORIA PRESENTE

L’esibita (ed evidentemente programmatica) desolazione dei contesti sembrerebbe alludere ad un approccio mnemonico del tutto depurato d’ogni dato emozionale ed affettivo. Come se fosse più opportuno fare decantare le immagini – liberandole di qualsivoglia interferenza di carattere etno-antropologico, sociale e personale – attraverso un effetto progressivo di dissolvenza visuale favorito dalla colliquazione coloristica.

E tuttavia, ad onta di tutto ciò, è proprio nell’incombente pregnanza delle architetture storiche, nel loro essere “monumento” e quindi traccia palese dei vissuti di migliaia di persone (autore incluso), che avviene l’esplicitazione (ed anche estroflessione) di quel profondo rapporto emotivo-sentimentale che lega Nicola Bottalla ai luoghi natii ed ai ricordi incancellabili ad essi correlati. E’ infatti qui, in questa baluginante e fantasmagorica traduzione visuale, lungo questo limen sottilissimo e ineffabile che intercorre fra la fedeltà lenticolare al dato ottico e la rielaborazione mnesica individuale, che si estrinseca a pieno il rovello inarrestabile della nostalgia, di quel “dolore del ritorno” che attanaglia ineludibilmente chiunque sia costretto a lasciare la propria terra madre e con essa tutti quegli spazi esistenziali nel cui crogiolo è avvenuta la personale formazione di uomo e – nello specifico – anche di artista.

Nessun tono esasperatamente elegiaco o manieratamente malinconico, tuttavia, nella pittura di Bottalla, né – ancor meno – alcun opposto scivolamento verso ricostruzioni troppo intellettualistiche ed artefatte, ma piuttosto un inceder misurato (seppur nella sofferta ricerca d’un equilibrio fra le esigenze della pulsione interiore e gli obblighi d’una qualitativa resa visuale) che preveda un giusto medium far il pausato rigore delle forme e l’impellente “mood” degli affetti. Così, l’incisiva griglia del tratteggio (tipicamente forte ed imperiosa nel gesto grafico di Bottalla) viene come “temperata” dalle evanescenti e liquefatte suggestioni coloristiche, conferendo a questa sequenza di vedute una cifra stilistica del tutto peculiare e soprattutto una specificità narrativa in grado di aggirare – almeno parzialmente – le insidie del confronto con la pesante eredità della tradizione pittorica isolana otto-novecentesca.

E’ inevitabile infatti, guardando le opere di Nicola, tornare agli “exempla” dei grandi virtuosi della pittura di paesaggio e di veduta siciliana a cavallo fra Otto e Novecento; e ciò non di meno, egli riesce comunque – pur nella similitudine o analogia di alcuni soggetti – a sottrarsi ai rischi insiti in quest’obbligato paragone, non rincorrendo mai i “maestri” del passato sullo scivoloso terreno della virtuosistica adesione al dato ottico (che pure è nelle sue capacità), ma propendendo – come detto – per un resa ove l’approccio “fotografico” si stempera abbondantemente in un effetto visionario che è tipico del fenomeno della “fata morgana” o di suggestioni di natura psichedelica.

Bottalla, dunque, torna sui luoghi e sugli scenari della sua vita palermitana di certo non per farne una mera celebrazione per immagini o per lasciarsi andare ad una acritica e mitologica esaltazione da emigrato in preda ad insuperabili “liquori melancolici”; egli torna invece visivamente ai contesti delle sue origini per inquadrare e perimetrare quegli spazi – fisici ed esistenziali – al cui interno ha sviluppato la struttura portante del proprio essere ed esistere, ovvero di quell’Ego, umano e artistico, che ne contraddistingue nel dettaglio l’identità. E questo non in un’ottica bloccata e paralitica – tipica per l’appunto d’una scontata mitopoiesi “patriottarda” – ma con quell’andamento dinamico (o, per chi lo preferisca, psicodinamico) di chi abbia saputo ben elaborare – facendone spunti immaginifici – il dolore e il peso del ricordo.

A conferma di tutto ciò, alcune vedute di Budapest (città in cui adesso vive ed ha famiglia), anch’esse rese con la stessa cifra visiva ed estetica, e poste non a semplice “contraltare visuale” rispetto alle più numerose vedute di Palermo, ma quale completa mappatura – e quindi “memoria presente” – del proprio incedere di uomo e di pittore, destinato – come Odisseo – all’inesausta percorrenza di tutti quegli itinerari che sono il vero sale di ogni slancio visionario e compiuta nostalgia.

Salvo Ferlito

La mostra sarà aperta al pubblico:
lunedí, martedì, giovedì: 9 – 16 h
mercoledì: 9 – 17,30 h
venerdì: 9 – 14 h

  • Organizzato da: IIC